sabato 20 agosto 2011

ANDROID SUPERERA' APPLE, MA NEL 2015

Stando alle previsioni di Informa Telecoms & Media, il dominio dell’iPad è destinato a scomparire nell’arco dei prossimi quattro anni, quando le vendite dei pc a tavoletta basati sul sistema operativo di Google arriveranno a quota 87 milioni, contro i 90 milioni del tablet della Mela.Al momento non c’è storia: nei tablet c’è un’azienda che domina indiscussa e questa è Apple, sul mercato e anche nelle aule dei tribunali. Da qui a quattro anni, però, le cose cambieranno drasticamente.

Stando infatti alle ultime stime elaborate dalla società di ricerca specializzata Informa Telecoms & Media, nel 2015 le vendite di iPad e di tavolette Android saranno praticamente allo stesso livello: 90 milioni e 87 milioni rispettivamente. Nel 2016, a detta degli analisti, avverrà il clamoroso sorpasso.
A cambiare le carte in tavola vari fattori, a cominciare dalla più estesa diffusione della piattaforma di Google, scelta da player entranti di elevata caratura, vedi per esempio Amazon e Sony. Globalmente, dicono da Informa Telecoms & Media, il mercato dei tablet continuerà a conoscere incrementi sostanziosi e passerà dai circa 20 milioni di pezzi venduti nel 2010 agli oltre 230 milioni previsti nel 2015.

Apple attualmente cattura il 75% della quota di mercato, fra quattro anni si dovrà accontentare del  39%. Le tavolette Android, per contro, assorbiranno via via una fetta sempre maggiore di domanda per arrivare nel 2015 al 38% nel 2015. A spartirsi il business rimanente i tablet a firma di Hp e Research in Motion e quelli che andranno a utilizzare il tanto atteso Windows 8 in versione tavoletta.

venerdì 19 agosto 2011

HP CHIUDE LO SVILUPPO WEB OS E SMOBILITA LA DIVISIONE PC

HP ha dichiarato che cesserà la vendita e lo sviluppo di dispositivi basati su webOS, ottenuto dall'acquisto di "PALM" per 1,2 miliardi di dollari. L'annuncio arriva a poco meno di due mesi dall'uscita del tablet HP TouchPad, un prodotto che non ha ottenuto grande successo.


L'azienda ha dichiarato che "continuerà a esplorare opzioni per ottimizzare il valore del software webOS in futuro", il che può voler dire che il sistema operativo vivrà ma solo su dispositivi secondari, dalle stampanti ad altri prodotti per l'elettronica di consumo. HP non ha fatto mistero in passato - quando però ancora credeva in webOS - di volerlo vedere anche sui frigoriferi. È possibile anche che l'OS sarà concesso in licenza, ma al momento la situazione non è definita. "WebOS avrebbe richiesto investimenti significativi nel corso dei prossimi cinque anni, generando rischi senza una chiara ricompensa".

Altro assestement di  HP è quello dello spin-off del gruppo Personal Systems Group, ovvero della sua divisione PC. L'azienda e il consiglio di amministrazione hanno infatti "autorizzato l'esplorazione di alternative strategiche per la divisione PSG".
Questo potrebbe portare il gruppo PC di HP nelle mani di un'altra azienda, oppure a formare una divisione separata concentrata solo sui computer, mentre l'azienda principale si focalizzerà più sul mercato business ed enterprise tra cui spicca il cloud computing. Proprio per questo HP acquisterà Autonomy Corporation, azienda che sviluppa software per le imprese, spendendo 10,3 miliardi di dollari.
"Il nostro business PC ha bisogno di flessibilità per prendere le proprie decisioni", ha dichiarato l'amministratore delegato Leo Apotheker, aggiungendo che si aspetta lo spinoff entro 12/18 mesi.

HP vuole concentrarsi solo su quei settori che possano assicurare margini elevati e quello dei PC non rientra tra questi. "Il fatturato della divisione Personal Systems Group (PSG) si è contratto del 3% anno su anno con un margine operativo del 5,9%. PSG rimane il leader nel mercato PC in termini di unità, fatturato e quota di utile. Il fatturato del gruppo Commercial Client è cresciuto del 9% mentre quello Consumer Client si è ridotto del 17%".
Complessivamente HP ha previsto risultati per il quarto trimestre e l'intero anno fiscale sotto le attese degli analisti. Per l'ultimo trimestre che si concluderà a ottobre l'azienda si aspetta un fatturato tra 32,1 e 32,5 miliardi, ben al di sotto dei 34 miliardi attesi. Sull'intero anno fiscale il fatturato sarà tra 127,2 e 127,6 miliardi, più basso della stima di 129 miliardi.

Inoltre Apotheker sembra aver gettato la spugna nel settore dei tablet. Troppa concorrenza, con centinaia di soluzioni Android e soprattutto iPad che è il re indiscusso del mercato. Imporre un terzo sistema operativo, soprattutto senza concederlo in licenza ad altri produttori, avrebbe richieste uno sforzo economico insostenibile.

 

martedì 9 agosto 2011

INCENTIVI DECODER, MEDIASET DEVE RESTITUIRE I SOLDI AVUTI

La Corte di giustizia Europea finalmente ha messo la parola fine sugli incentivi stanziati dal Governo italiano per acquistare i decoder per il digitale terrestre: questi stanziamenti costituiscono aiuti di Stato incompatibili con il mercato comune. Le emittenti radiotelevisive che hanno beneficiato indirettamente degli aiuti di Stato sono tenute a rimborsare le somme corrispondenti ai vantaggi in tal modo ottenuti. Lo ha fatto respingendo il ricorso di Mediaset contro la sentenza dello scorso anno che la obbligava a rimborsare non solo l’ammontare degli stanziamenti  statali, ma anche i vantaggi economici derivanti da questa operazione.

Un po’ di storiaI fatti risalgo al 2004-2005 quando il digitale terrestre era solo agli albori. Allora erano pochissimi i canali disponibili in digitale ma il processo di digitalizzazione del segnale televisivo era già stato avviato dalla legge Gasparri: insomma tutti avremmo dovuto comprare prima o poi un decoder per poter continuare a vedere in futuro la tv. Oltre a una robusta campagna mediatica per spingere la gente a comprare un decoder la Finanziaria del 2004 decise di stanziare un incentivo di 150 euro ad ogni utente che acquistasse o noleggiasse un decoder (allora piuttosto costosi) per un totale di 110 milioni di euro; stessi soldi stanziati anche nella Finanziaria dell’anno successivo, dove però si decise abbassare a 70 euro gli incentivi su ogni apparecchio acquistato.

Vantaggi solo per pochi
Soldi pubblici che andarono ad alimentare non solo il mercato dei decoder (in mano allora a pochi produttori) ma che portò non pochi benefici anche alle poche emittenti con un’offerta già sul digitale terrestre: da un lato Mediaset, che già offriva contenuti digitali a pagamento con i canali Premium, dall’altro qualche canale Rai passato in via sperimentale al digitale. Per questa ragione oggi la Corte di giustizia europea ha ribadito che Mediaset dovrà rimborsare gli aiuti stanziati e i le maggiori entrate derivanti dall’aumento dello share

FONTE: ALTROCONSUMO

lunedì 25 luglio 2011

CONSIGLIO DI STATO CONFERMA MULTE ANTITRUST A MEDIAMARKET

Il Consiglio di Stato ha confermato due sanzioni che nel 2009 l'Antitrust ha comminato alla società Mediamarket. Il primo caso riguarda i messaggi pubblicitari (tramite spot telefonici e radiofonici e depliant) con i quali la società annunciava la promozione del maggio/giugno 2008 intitolata "Gli Europei che vorrei - Vinci fino a 5 volte il valore del tuo acquisto", presso i punti vendita Mediaworld. Negli spot non si evidenziava che la possibilità di vincita era limitata all'acquisto di determinati prodotti, appartenenti a specifiche categorie merceologiche, e non a qualsiasi acquisto effettuato presso i punti vendita; scarsa chiarezza su questo aspetto anche nei depliant. Per questi motivi l'Agcm ha deliberato una sanzione di 100.000 euro alla società Mediamarket.

Il Tar del Lazio, prima, ed il Consiglio di Stato, dopo, hanno confermato il giudizio dell'Agcm, condannando la società al pagamento delle spese. Secondo i giudici amministrativi la pubblicità deve contenere tutti gli elementi utili ad orientare le scelte del consumatore e, pertanto, la possibilità di prendere visione all'interno dei punti vendita del regolamento completo di tutte le indicazioni non toglie l'ingannevolezza del messaggio. Non può essere addebitato all'utente l'onere di farsi carico della negligenza dell'operatore nella formulazione del messaggio pubblicitario.

La seconda vicenda riguarda le modalità di vendita di prodotti on line adottate dalla Mediamarket tra il 2008 ed il 2009, per un periodo di almeno 9 mesi. Oggetto di contestazione sono stati tre aspetti:
- tempi di spedizione e consegna. Le informazioni fornite sul sito erano poco chiare, in quanto lasciavano presupporre che i tempi indicati decorrevano dalla conferma via e mail dell'ordine e non dalla consegna al corriere da parte della società, come avviene quando il cliente adotta determinate forme di pagamento (bonifico, carta di credito, bollettino di conto corrente postale etc) e l'invio è condizionato dalla verifica dell'effettivo pagamento da parte del consumatore. Si tratta di un aspetto rilevante se si considera che i tempi per tale verifica possono arrivare fino a 9 giorni e che per alcuni termini abbreviati di consegna veniva richiesto un supplemento significativo;
- procedura per i reclami. Il sito e le email di conferma non fornivano alcun elemento al riguardo, in contrasto con il codice del consumo, che stabilisce l'obbligo - nel caso di contratti a distanza - di chiarire i diritti del consumatore e le modalità per la risoluzione delle controversie e per ottenere eventuali rimborsi. Le segnalazioni dei ritardi sono state numerose e solo in un numero ristretto di casi la società ha provveduto a rimborsare i clienti;
- informazione ai potenziali clienti sull'eventuale indisponibilità di un prodotto. Sono emersi casi in cui la temporanea indisponibilità del prodotto non era segnalata sul sito.

L'Antitrust ha ritenuto che tali pratiche incidano su aspetti essenziali delle vendite on line, utilizzate dai consumatori soprattutto per le caratteristiche di immediatezza, convenienza, minor dispendio di tempo ed anche per la possibilità di ricevere a domicilio il prodotto acquistato. Per questi motivi è stata deliberata una sanzione complessiva di 180.000 euro, che tiene conto sia di precedenti violazioni del codice del consumo da parte della stessa società sia del comportamento collaborativo dell'azienda, che ha modificato il proprio sito internet dopo l'apertura del procedimento, garantendo maggiore chiarezza sui tempi effettivi di spedizione e consegna.

Anche in questo caso il Tar del Lazio ed il Consiglio di Stato hanno confermato il giudizio dell'Agcm, condannando la società al pagamento delle spese. Secondo i giudici amministrativi le informazioni sul sito internet sui tempi di "evasione" degli ordini avevano un carattere ambiguo, anche perché situate in differenti pagine del sito internet, così da rendere difficile per l'utente medio comprendere esattamente le caratteristiche del sevizio fornito. Analogamente, il cliente non poteva prendere una decisione pienamente consapevole in assenza di informazioni chiare e tempestive sulla temporanea indisponibilità di un prodotto e sui tempi effettivi per la sua consegna.

FONTE ASSOUTENTI

giovedì 7 luglio 2011

MOVIMENTO ANTIPOWERPOINT, "NON BUTTATE I VOSTRI SOLDI"

Danno economico, noia, pochi stimoli alla creatività. Gli svizzeri mettono sotto accusa PowerPoint, diffusissimo software per fare presentazioni. E per far sul serio, fondano anche un partito politico. L’Anti PowerPoint Party è un movimento internazionale, nato nel maggio del 2011, contro il programma più usato al mondo nelle università e negli uffici per presentare progetti di lavoro. La sua dichiarazione d’intenti è chiara: «Frenare il fenomeno del tempo perso nella economia, nell’industria, nella ricerca e nelle università». Con particolare attenzione al danno economico causato dalle presentazioni con il famoso programma di casa Microsoft.

NOIA - Secondo l’APPP sono oltre 250milioni le persone nel mondo che ogni giorno sono costrette a ricorrere a presentazioni in PowerPoint. In alcuni paesi, gli studenti che non espongono con l’apposito programma del pacchetto Office, ricevono dei brutti voti: «Ma le presentazioni in PowerPoint sono noiose», sentenziano dal partito. Di conseguenza, le motivazioni invece di crescere, vanno scemando. Il ppt (sigla che caratterizza l’estensione del file) inoltre non è solo una perdita di tempo. Le cifre parlano chiaro: 110.000
 milioni di euro buttati al vento ogni anno in Europa.

ALTERNATIVA - Eppure secondo gli svizzeri un’alternativa economica e divertente ci sarebbe: il flip-chart. La vecchia e cara lavagnetta con grossi fogli bianchi permette di esprimere con maggiore convinzione e creatività le proprie idee, senza annoiare il pubblico e senza perdere preziose ore di lavoro per prepararsi. Il ritorno al sistema «analogico», insieme a una buona capacità oratoria, potrebbe essere risolutivo nel 95% dei casi, assicurano dal partito. «Il nostro partito si basa sulla convinzione che il lavoro, in tutti i suoi aspetti, debba essere divertente, compreso il tempo speso per una presentazione da esporre in pubblico», si legge nel manifesto.

REFERENDUM - Il partito, che conta di diventare la quarta forza politica della Svizzera, si presenterà con una propria lista alle prossime elezioni del 23 di ottobre con l’obiettivo di proporre un referendum per l’abolizione del’uso del PowerPoint nelle presentazioni, a favore di altri metodi. Il leader è Matthias Poehm, un ex ingegnere informatico esperto di comunicazione. Poehm sostiene che le spiegazioni correlate da una presentazione elettronica sono molto meno efficaci di quelle che ne fanno a meno. L’ingegnere è anche autore di un libro, best seller, dal titolo «The PowerPoint Fallacy» (L’errore del PowerPoint). Ma non si tratterà, per caso, solo di una trovata pubblicitaria?

FONTE : CORRIERE DELLA SERA